"Due to the COVID19 pandemic, your flight has been cancelled."


Chiudo questa e-mail che aspettavo da giorni, afferro la tazzina di caffè e la butto giù d’un colpo. Passano i giorni e continuo a vivere l'incubo in cui versano i miei paesi attraverso chiamate, notizie, messaggi … come chi guarda il Guernica di Picasso dalla comodità della sala del museo, la mano sul mento, lontano dai bombardamenti.


Questi siamo noi. Noi che siamo lontani da casa. Noi che abbiamo provato a rientrare e non ce l'abbiamo fatta.


Noi che abbiamo mandato decine di email, effettuato innumerevoli chiamate, aspettato con ansia che qualcosa si sbloccasse.


Noi che ci abbiamo messo un po’ a comprendere la gravità della situazione, finché la realtà non ci è caduta addosso come un secchio di acqua ghiacciata.


Non si tratta solo di essere bloccata, non si tratta della mancanza dei miei né della paura, e per fortuna, nel mio caso, non si tratta di difficoltà economiche. Si tratta dell'incapacità, dell’impossibilità, la frustrazione di non poter far niente di utile.


Alla sofferenza ed al nervosismo che mi trasmettono amici e parenti per telefono, si aggiunge anche il dolore di non poterla condividere con i miei compagni, di non essere dove dovrei essere adesso: a lavorare a fianco dei miei colleghi medici.


Ho smesso di struggermi, ho messo da parte la frustrazione per non poter adempiere ai miei doveri professionali, al mio giuramento ippocratico. Ho fatto tutto quel che mi era possibile per rientrare, ma i voli di rimpatrio sono pochissimi, tutti in partenza dalla capitale, Buenos Aires, che dista un 1400 km da San Juan, dove mi trovo adesso, una provincia argentina senza aeroporto e con tutte le strade chiuse da due settimane.

Guernica

Se non fosse già di per sé difficile, il mio rimpatrio è ulteriormente complicato dal fatto che sono italiana e che risiedo e lavoro in Spagna.


Ero partita per qualche settimana con il mio ragazzo argentino, per conoscere la sua famiglia e viaggiare un po’ prima di rientrare a lavorare. Il viaggio non si è rivelato quello immaginato, sognato, desiderato, o per lo meno non per quanto riguarda la seconda parte.


Ho avuto modo di approfondire il rapporto con la famiglia perché stiamo condividendo questa quarantena ormai da quindici giorni. I miei tentativi di rientro sono degni di un episodio di “Tom & Jerry”, falliti tutti uno dietro l’altro.


Dopo diversi giorni in una Patagonia mozzafiato vista solo dai finestrini della macchina, con tutti i parchi nazionali, i campeggi, i ristoranti, bar e locali chiusi; se non bastasse, il mio accento straniero faceva scomparire magicamente anche gli ultimi posti disponibili per piantare la tenda.


Bloccata dalla polizia, arrivata all’aeroporto di Bariloche, il volo per Buenos Aires viene cancellato. Guido fino ad un altro aeroporto, a Neuquén. Il tempo di parcheggiare ed anche questo viene chiuso al pubblico. Decidiamo infine di rientrare a casa dei parenti del mio ragazzo e vedere di organizzare le prossime mosse da lì … ci fermano due ore alla frontiera tra due province, un gruppo di giovanissimi poliziotti armati di mascherine e guanti, che guardano il mio passaporto con occhi spiritati, come se quel pezzo di carta già contenesse il genoma del coronavirus.


Ho contattato consolati e ambasciate sia d’Italia che di Spagna, ed infine la Delegazione della Commissione Europea. " Provi a recarsi in qualche modo a Buenos Aires", un consiglio che fanno sempre seguire da 3 puntini di sospensione.


Lo sanno anche loro che è impossibile. Per adesso stanno dando priorità a chi si trova nella capitale ed ai turisti che non hanno nessuno che li possa accogliere.



Sono una privilegiata, lo so: ho una casa dove alloggiare e poter aspettare che la situazione si sblocchi in compagnia di persone gentilissime e ospitali, ma il dolore di sapere che se dovesse succedere qualcosa ai miei non potrei stargli vicina per una durata indeterminata è schiacciante.


Sento la mancanza del camice bianco e dello stetoscopio riposti nell'armadio "solo per il tempo di una vacanza" come se fossi un disertore venuto meno al proprio dovere.


Ormai sono qua.


Mi tengo occupata leggendo articoli scientifici per attenuare il senso di colpa per tutti quei pazienti che non sto visitando e sto provando ad omologare il titolo di laurea per cominciare a lavorare qua in attesa del mio rientro, che so non sarà veloce.


La situazione in Argentina è abbastanza tranquilla. I morti oggi toccano quota 32 persone, le misure di isolamento sono state adottate molto velocemente e viene in rispettato sorprendentemente bene. Cercano comunque medici per poter disporre di rinforzi qualora dovesse esplodere la situazione.


Poter lavorare qua è la speranza che mi tiene viva, e placa un po’ la frustrazione e il dolore che mi assalgono quando sento i racconti dei miei colleghi che lottano ogni giorno in reparti improvvisati, con un materiale vergognosamente scarso, giorno e notte a prezzo della loro salute fisica e mentale contro questo nemico invisibile.



Federica Gutierrez Quijano Miceli


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