Lelio Naccari e lo spettacolo "Fuori di me"



Lelio Naccari, messinese di 37 anni, è interprete di cinema e teatro con rilevanti esperienze internazionali ed un’esperienza a 360° nel campo delle arti rappresentative. In più di 10 anni di carriera ha interpretato con successo Shakespeare, Pirandello, Kafka, Brecht e altri grandi autori sui palcoscenici di tutta Europa, aggiudicandosi, tra gli altri, il premio "Giovani Talenti" 2008 istituito da Confindustria e dall'Unione Europea per "Mani", uno spot da lui concepito e realizzato per sensibilizzare il pubblico sul problema del racket e dell'usura. L’apprezzato film francese cui prende parte "Artémis, Coeur d'Artichaut" vince nel 2013 il "Grand Prix France Brive" ("Prix du jury des spectateurs et Prix Ciné+") e altri riconoscimenti, mentre al mediometraggio “Rimbalzello”, per la regia di Nour Gharbi, va il “Premio Speciale della Critica” al Maazzeni Film Fest 2014. Attualmente lavora tra varie città italiane e Messina, dove porterà a breve in scena la performance artistica “FUORI DI ME”.

Lelio, il tuo è un percorso particolare ma anche tu, come tanti messinesi, hai una storia da fuorisede. Dove sei stato?

Si, anche io sono stato un FuoridiME! Sono andato via subito dopo il liceo, per studiare Scienze della comunicazione con indirizzo spettacolo e nuovi media, all’Università di Urbino. Dopo la triennale ho proseguito il mio percorso nella vicina Pesaro. Il corso di laurea specialistico era orientato alla pubblicità in generale, ma fin da subito sono rimasto affascinato dalle infinite declinazioni della scrittura creativa, in particolare nel mondo dell’arte. In un certo senso, ho deviato dal concetto di “vendere” per ritagliarmi una mia strada, avvicinandomi all’idea di una scrittura che punta a sorprendere lo spettatore e a far vedere aspetti nuovi della realtà.

E come hai incrociato il mondo del teatro?

Seguendo questa mia aspirazione, ho deciso di trasferirmi in Francia, frequentando l’Accademia Internazionale di Arti dello Spettacolo di Parigi per 3 anni. È stato un salto nel vuoto: non conoscevo la lingua e ambientarmi non è stato facile, ma ho avuto l’opportunità di studiare sotto la guida di un maestro come Carlo Boso e intrapreso le prime esperienze teatrali e cinematografiche di rilievo. In seguito sono tornato in Italia, vivendo prima a Roma e poi facendo ritorno a Messina, città nella quale, pur viaggiando spesso per lavoro, faccio attualmente “base”.

Quindi, dopo tanti anni fuori, hai deciso di tornare a Messina. Che sensazioni hai provato?

Ho vissuto il rientro come una conseguenza naturale del mio percorso. Anche se Messina potrebbe essere considerata meno stimolante rispetto ad altre piazze, è un luogo che mi appartiene e nel quale è necessario sviluppare cultura. Il termine “cultura”, nella sua etimologia “agricola”, esprime la necessità di coltivare, con pazienza e cura, i frutti di ciò che pone in essere: sotto questo profilo Messina, proprio nei limiti che tutti conosciamo, è l’ambiente adatto per sperimentare le mie idee e la mia visione artistica, ribaltando il limite e la difficoltà in opportunità di crescita.

Quali sono i tratti caratteristici del tuo modo di fare arte?

Il mio teatro, le mie performance mirano a porre domande esistenziali, cruciali per ognuno di noi, però spesso attraverso un approccio leggero e ludico. Sia come regista che come autore, cerco di instaurare un ambiente di leggerezza, perché lavorare nel gioco risveglia curiosità e istinti sopiti, schiudendo la porta a percorsi formativi e creativi inesplorati.


Parliamo del tuo nuovo lavoro, lo spettacolo “Fuori di Me” che andrà in scena a Messina nei prossimi giorni. Com’è nato questo spettacolo?

Fuori di Me nasce da un’ispirazione: stavo preparando un concept performativo per la rassegna “Aria nuova in ME” e mi è venuto naturale sfruttare la suggestione del collegamento con questo gioco di parole. La mia formazione da copywriter e ribelle della comunicazione mi porta a giocare e cogliere spunti dal contesto, partendo da ciò che è immediato e noto posso ribaltarlo o trasportare in un altrove.

“Fuori di Me” può avere un significato geografico, come nel caso della vostra associazione, ma nella mia ottica vuol dire soprattutto “uscire dalla zona di comfort” per cercare un punto di vista diverso, più profondo, per accedere ad aspetti ignoti di noi stessi. È una performance pura e d’avanguardia, per la quale mi sono volutamente avvalso di attori non professionisti per sottolineare il carattere estemporaneo della rappresentazione, celebrare la semplice umanità, e vivere l’istante attimo per attimo. Lo spettacolo, infatti - ma è meglio dire “il rito di condivisione” - si muove dentro una strutta definita ma concede ampio spazio di manovra e si basa sulle specificità degli interpreti.

Hai parlato di attori non professionisti. Come li hai trovati? Che approccio si adotta per portare in scena persone estranee al mondo della recitazione?

In realtà sono stati loro a proporsi. Quando ho avuto l’idea dello spettacolo ho voluto sperimentare fin dall’inizio, invitando persone che avessero intenzione di mettersi in gioco in un percorso di ricerca, estraneo alla loro quotidianità. Un vero salto nel vuoto, ci voleva un minimo di fegato. Così ho pubblicato una “call” e chi si è proposto è stato inserito nel laboratorio teatrale che ho curato.

I miei “attori” sono persone con storie e vissuti molto differenti: si va dai trentenni agli over 50 provenienti dai contesti più disparati, e ciò influenza senza dubbio il lavoro del regista pedagogo, ma ciò che li accomuna e a cui mi affido è una sana voglia di giocare. Per alcuni mesi abbiamo lavorato sulle basi teatrali: come posizionarsi, l’utilizzo del corpo, della voce e tutti quei processi comunemente ritenuti fondamentali per stare in scena. Era necessario prendessero confidenza con la materia ma soprattutto avessero l’impressione ci fosse anche qualcosa di aspettato e conosciuto. In realtà, ciò su cui va principalmente la mia attenzione è altro, sono aspetti decisamente più animali ed energetici: L’empatia, la relazione con se stessi, con il partner di gioco e con il pubblico, la capacità di accettarsi, l’ascolto, il volersi mettere a nudo (o almeno provarci) per donare qualcosa di vitale di sé, l’intuito, la leggerezza come materia viva e plasmabile, e in definitiva, l’amore, per se stessi, per ciò che si fa e per l’Altro. Quindi pian piano abbiamo iniziato a traslare sempre più il lavoro su questi aspetti, ed è per questo che sottolineo che chi verrà a condividere il momento performativo deve aspettarsi più cuore che tecnica. A teatro ci sono molti spettacoli impeccabili che trasmettono poco a livello cardiaco. Quello è mestiere, è professione; va bene per vivere, come qualsiasi lavoro, ma senza rischio e necessità per me non c’è arte, indipendentemente dal fatto che si venga capiti da molti o da pochi, è una cosa che non puoi fare a meno di fare.

Quindi è stato logico integrare queste attività con le esperienze personali delle persone coinvolte, sfidandole su spunti creativi di scrittura che ho testato e trovato stimolanti in primis per me stesso, e alcuni di questi testi sono poi diventati effettivamente materiale per la performance/rito.

Naturalmente per loro è ogni volta e comunque una scoperta, non vi è certezza che trovino “la perla”, l’equilibrio perfetto, la corretta connessione con se stessi che gli permetta di esprimersi al meglio in un dato momento, davanti al pubblico, in relazione coi compagni… è una scommessa continua. Ci sono momenti di pura poesia che poi scompaiono nella solita tendenza automatica a mostrarsi troppo, o a nascondersi troppo. Ma è proprio in questo, nell’apparire magico della possibilità di stare “insieme”, che è il bello e il rischio di questo progetto che chiaramente non è per la bocca di tutti, e ci sta.

Anche una persona che si nasconde o che non riesce, o che al contrario si mostra troppo, per un narcisismo che forse non sa nemmeno di avere, è una storia, racconta qualcosa, ma è un incastro fra realtà e finzione, e per coglierlo ci vogliono gli occhi giusti, un genuino interesse per l’umano, che va oltre il semplice sedersi a vedere uno spettacolo.

Per questo parlo di performance e di avanguardia anziché di spettacolo, perché in questo codice non codice la vita irrompe più violentemente. Può irritare, o al contrario far innamorare, ma l’importante è che si respiri qualcosa che succede davvero. In realtà cho studiato il concept di FUORI DI ME in modo da garantire ai perfomer un buon grado di agio.

La portata di questo progetto non è stata compresa nell’ambito in cui lo stavamo sviluppando, così verso la fine del suo sviluppo, quando i motori s’iniziavano a scaldare per il varo del missile, questo è, per forza di cose, dovuto schizzare fuori dalla rampa/stazione in cui era stato costruito, perché questa in quanto struttura rigida non era più adatta contenerlo. Non ne faccio una colpa, certe cose restano a terra e altre decollano.

La disponibilità ad andare fuori di sé, ad abbandonarsi al rischio, alla vita, è una vocazione assolutamente soggettiva, ma nasconde anche il potenziale di una grande catarsi che può schiudere nuovi orizzonti e margini di creatività. Certo, il prezzo da pagare è perdere il noto per l’ignoto.

C’è qualche episodio della preparazione di “Fuori di Me” particolarmente divertente che vuoi raccontarci?

Una delle sfide creative che ho posto durante il laboratorio è stata di scrivere un pezzo in prima persona su un argomento a noi caro, ma non dal nostro punto di vista, bensì mettendosi nei panni della persona ritenuta più fastidiosa al mondo. C’è chi ha interpretato un amico che invidia, chi il critico d’arte particolarmente critico, chi un soggetto violento o irrispettoso delle regole… e poi c’è anche chi ha scritto nei panni del ministro Salvini. Al di là delle convinzioni politiche è stato un momento divertente e prolifico: mettersi nei panni del nemico vuol dire dar voce alla parte di noi stessi che in genere è repressa, e non lasciamo venir fuori. Piaccia o no, è questo che crea repulsione. Altrimenti il nostro sguardo sarebbe più compassionevole verso i limiti di qualcuno.

Chiudiamo con un tuo giudizio sulla situazione culturale di Messina. Trovi che la città stia vivendo un momento di involuzione o di miglioramento?

Rispetto ad alcuni anni fa trovo che la situazione sia migliore. Ogni giorno nascono nuove realtà, che a volte innovano il panorama cittadino con proposte valide. Certo manca il sostegno a livello d’investimenti sulla cultura; tuttavia, la mancanza di spazi, strutture, fondi non può essere una scusa per un’artista. La crisi, economica, ma anche emotiva, esistenziale, è un grande strumento di lavoro per l’artista e rende più potente e necessaria la sua opera, lo obbliga a inventare linguaggi nuovi, a realizzare qualcosa di diverso e sfruttare intercapedini e interstizi della realtà, a guardare oltre: in questo senso un contesto come Messina è un incentivo, non un freno, a fare cultura, perché se è vero che lì manca vuol dire che ce n’è più bisogno. La domanda che dovremmo farci è “Come posso arrivare agli altri partendo da quello che ho?” Troppo spesso ci chiudiamo in torri d’avorio e se gli altri non ci ascoltano o non ci danno spazio diciamo che è tutta colpa loro. Io credo che più conosciamo noi stessi più scopriamo cosa vogliamo dire e come agire.

Grazie per il tempo concessoci, Lelio. Vuoi ricordare le date in cui “Fuori di Me” andrà in scena?

Inizieremo con due secret show a Messina il 25 e il 26 maggio: per le info, scrivete a fuoridime@yahoo.comprima di subito. Poi continueremo con una serie di eventi più grandi e aperti a tutti, adattando gli elementi della performance di volta in volta al luogo e al contesto. Il primo si terrà presso l’Officina Multiculturale mercoledì 29 Maggio alle ore 21:00. Successivamente saremo presenti il 7 Luglio come spettacolo di chiusura al “Meditation Days – Festival dello Yoga” organizzato dal Centro Tao al Forte San Jachiddu. In tanti si stanno appassionando all’idea e siamo ben lieti di considerare anche proposte di luoghi extra-teatrali. Vi aspettiamo numerosi! Ma anche singoli. Per aggiornamenti: https://www.facebook.com/lelionaccariart/


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