Innamorati a distanza



Dopo la sacrosanta 'rustuta' di Pasquetta, è il momento di fare i sentimentali. Queste due brevi, personalissime e al contempo molto simili riflessioni rispecchiano i sentimenti del fuori sede medio. In fin dei conti, siamo tutti un po' innamorati a distanza.

Non ti ho mai amata come meriti. Non sono stata capace di apprezzarti quando ti vivevo, quando, concentrata sui tuoi difetti, non riconoscevo la tua bellezza. Guardavo con ammirazione chi si dichiarava fedele a te, chi ti adorava nonostante tutto.

Non capivo come tu potessi reggere il confronto con ciò che il mondo aveva da offrirmi. Viaggiavo tanto e vedevo luoghi molto diversi da te, luoghi che mi conquistavano e ti rendevano meno attraente.

Poi il primo vero distacco. L’Università a Milano.

Milano mi ha accolta con un calore che mai avrei immaginato, mi ha svelato i suoi colori sgargianti nascosti dietro la coltre di nebbia, mi ha mostrato un’anima giovane ed europea, piena di energia. Milano mi ha regalato tanto, ma ciò che di più importante ha fatto è stato aprire i miei occhi e il mio cuore nei confronti della città da cui arrivavo.

I primi segni di mancanza. Come si vive senza lo scroscio del mare? Che senso ha correre in un parco, quando hai trascorso gli anni del liceo a correre con lo Stretto a farti compagnia?

Durante i due anni trascorsi a 1248 chilometri di distanza, avevo iniziato a innamorarmi di te. Ma la sete di scoperta non si era placata. E così ho deciso di moltiplicarli, questi chilometri.

Per sei mesi la mia casa è stata Melbourne. In Australia lo scroscio del mare non manca ed i panorami mozzafiato che possono farti compagnia durante una corsa sono innumerevoli. Credevo che quest’esperienza avrebbe colmato ogni mancanza.

Ed effettivamente, le mancanze sono state colmate, ma in modo diverso da quel che mi aspettassi. Ho capito come non fosse l’assenza del mare di per sé a provocare nostalgia.

Mi ritrovavo a fare paragoni, tra Melbourne e Messina, tra l’Australia e l’Italia.

Sorridevo per le differenze, mi stupivo delle somiglianze.

Mi ritrovavo a pensare a quanto fossi fortunata. Quanto fosse bello poter dire di essere nata nei luoghi che adesso mi sembravano i più belli del mondo, ed avere l’opportunità di viaggiare e vivere ovunque.

Mi ritrovavo, sempre più spesso, a raccontare a chiunque incontrassi la bellezza della Sicilia, a mostrare foto, ad invitarli a visitare la mia terra.

E così, adesso, ci sono dei pezzi della mia visione di casa in giro per i cinque continenti.

L’appartenenza che nutro nei tuoi confronti è frutto di un amore maturo.

Un amore che ti lascia libero, non ti lega a sé. Ti invita ad esplorare, consapevole che tornerai. Quando ho capito che potevo amarti continuando ad allargare i confini della mia mappa personale, ho iniziato a vederti con occhi diversi.

Ho iniziato a provare un tuffo al cuore ogni volta che tornavo, dopo un viaggio di qualche giorno o dopo mesi di Università.

Ho iniziato a conservare gelosamente le sensazioni che mi regalavi, il profumo del pranzo della domenica che alleggia già dalle nove del mattino, i granelli di sabbia onnipresenti nelle scarpe, la spensieratezza di una passeggiata sui colli.

I tuoi difetti li vedo ancora, ma sono in secondo piano rispetto a tutta la meraviglia che hai da offrire.

Ti chiedo scusa, Messina, se sono arrivata a questa consapevolezza dopo tanti anni.

Adesso faccio parte anch’io della schiera degli innamorati a distanza, che vivono ovunque ma rivolgono a te i loro pensieri più dolci.

Adesso, è il mondo che non regge il confronto con te.

Oggi ho fatto una scoperta. Banale, risaputa e, d’altronde, non troppo sconvolgente. Ho aperto Safari, poi Google Maps. Crea itinerario. Ho inserito rispettivamente l’indirizzo di casa mia a Messina e quello dei miei 12 mq di carton-gesso anglosassoni.

Ho realizzato che per quasi tre anni ho posto 2,578 km tra la mia mente e il mio cuore, tra le scelte da adulti e quelle da ragazzini, tra quello che ero e quello che sono.

2, 578 chilometri sono tantissimi.

Attenzione, il percorso prevede due attraversamenti con traghetto- il primo, lo conosco fin troppo bene- e ben 18 pedaggi da pagare.

Fossero solo i pedaggi, il prezzo da pagare, Google!

C’è da pagare l’affetto delle persone che eri abituato a vedere tutti i giorni e a cui, adesso, dedichi solo una settimana a Natale e, se tutto va bene, l’ultimo scorcio d’estate.

C’è da pagare il prezzo dell’amore, perché, anche e soprattutto in quello, i chilometri contano e si ammassano uno dopo l’altro.

C’è da pagare il prezzo di non potersi svegliare la mattina e scorgere il mare dalla finestra. Quel mare azzurro, bellissimo. Quel mare di fronte a cui hai avuto la fortuna di nascere e crescere e che adesso manca, manca tantissimo.

Ti manca l’odore della salsedine che si attacca alle mura delle casette basse sulla litoranea e che, di tanto in tanto, vanno rinfrescati. E, tutte le volte cha passi dalla Litoranea d'inverno, c'è qualcuno che pittura.

C’è da pagare il prezzo del non percepire il calore della tua gente per strada. Quella gente che probabilmente nemmeno conosci ma che, in cuor tuo, sai che condivide con te lo stesso appezzamento di cuore e che, quindi, è tanto parte di te quanto tu lo sei di loro.

Quella stessa gente che, fin quando percorrevi quelle strade tutti i giorni, ti era indifferente e che adesso, invece, ti manca tanto quanto la tua famiglia.

I chilometri ce li hai sempre contro. Ti vengono contro tutte le volte che perdi un compleanno a cui ti eri ripromesso di non mancare mai; tutte le volte che vedi qualcosa di nuovo in città, ma tu non eri lì, a godere della novità; tutte le volte che torni a casa e i capelli di tuo padre sono un po’ più bianchi e ti chiedi dove cazzo tu sia stato per tutti quei mesi.

Tutte le volte che scopri che il cameriere, lo stesso che ti ha servito lo stesso caffè tutte le santissime mattine in cui ti incamminavi per andare al liceo, ha cambiato mestiere e non c’è più nessuno che, senza bisogno di chiedere, ti sappia preparare il tuo caffè macchiato latte- e sì, in Sicilia specifichiamo che il caffè sia macchiato di latte, perché noi lo macchiamo anche di panna-.

I chilometri ce li hai contro soprattutto quando ami qualcuno ma i chilometri sono troppi per riempire gli spazi vuoti, gli aerei troppo costosi, i progetti troppo incerti.

Capisci che i chilometri ce li hai contro quando scegli di andare lontano e, di anno in anno, collezioni un momento nuovo. E ti senti quasi in colpa per essere andato via. Per essere scappato. Per esserti perso quella stessa quotidianità di cui ti saresti annoiato se fossi rimasto.

Ma, soprattutto, i chilometri ti vengono contro quando scegli di farteli venire contro.

Quando scegli di guardare solo al passato e di non provare orgoglio per chi sei diventato, per le esperienze che hai fatto.

Quando non ti rendi conto che gli stessi occhi con cui guardavi il mare adesso vedono per davvero.

Quando non sei soddisfatto dei chilometri che hai percorso, quando ti lamenti.

C’è un altro modo, c’è un’altra strada da intraprendere.

Potresti anche scegliere di accettare la tua nuova delocalizzazione, di fare tesoro di quei 2.578 chilometri che ti separano da ciò che eri.

Quei 2.578 chilometri possono diventare, nella loro immensità, la tua ancora di salvezza, il filo più resistente di congiungimento tra passato e presente.

La Redazione

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