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Peloro

Peloro era la personificazione del promontorio di Messina oggi chiamato Capo Faro. Si poteva osservare da notevole distanza un sepolcro di tale Dio, o addirittura una scultura che si sviluppava in altezza e veniva utilizzata come punto di riferimento per coloro che navigavano le acque dello Stretto.

 

Peloro era anche il nocchiere della nave di Annibale. Il condottiero cartaginese, pensando di essere stato raggirato in quanto, navigando da Ovest in direzione dello Stretto, non scorse nessun canale, tanto le coste di Sicilia e Calabria sembravano un unico lembo di terra, fece togliere la vita al proprio pilota, per poi rendersi conto di lì a poco della reale presenza del passaggio, così come sosteneva il meschino Peloro anche in punto di morte. 

Annibale per far si che il ricordo di Peloro, assassinato ingiustamente, non fosse dimenticato, gli intitolò il capo ultimo dell’isola e fece erigere un monumento in sua memoria.

Questo mito, narrato da diversi autori, non ha fondamento se si considera che già nel VI sec. a.C., ergo quasi 300 anni in anticipo rispetto al viaggio di Annibale in Sicilia, era presente e veniva ampiamente professato il culto della ninfa Pelorias nella nostra città.

 
Glauco il pescatore

Viveva a Messina, nel IV sec. a.c., un pescatore chiamato Glauco, stupendo come un Dio. Glauco aveva l’abitudine di pescare con la rete a maglie strette, al giorno d’oggi chiamata “sciabbica”, al largo dello stretto, vicino il Capo Peloro. Nel momento in cui riportava le reti in barca, quest’ultime erano piene zeppe di pesci, il tutto grazie alle sue ottime capacità di pescatore. Ritornando a riva le sirene si accalcavano per poterlo ammirare in tutta la sua bellezza e per provare a sedurlo con i loro canti. Le sirene non ottenevano mai il risultato sperato in quanto Glauco sapeva bene come non cadere in tentazione.

 

Un giorno cambiò la zona dove solitamente andava a pescare e, ritornando a riva con le solite reti gonfie di pesci, ne svuotò una su un prato ma, nel momento in cui i pesci toccavano l’erba, si dimenavano fino a ritornare in acqua. Sorpreso ma incuriosito dinnanzi a tale fenomeno, decise di fare un altro tentativo con una rete diversa ma nuovamente i pesci, come mossi da un qualcosa di invisibile, si rituffavano in mare.

 

Fu così che Glauco realizzò che quell’erba avesse incredibili poteri, e mosso da un irrefrenabile desiderio di sapere, ne avvicinò un ciuffo alla bocca per provarla. A mano a mano che mangiava e deglutiva iniziò a provare una sensazione di freddo lungo la schiena e nel mentre un’inarrestabile e rapida trasformazione prendeva forma; le gambe si atrofizzarono e unificandosi diventarono una coda, le braccia delle pinne e la sua pelle iniziò a mutare fino a diventare una fitta squamatura: si era tramutato in un pesce.

 

Fu così che si lanciò in mare finendo per sempre tra le braccia delle sirene.

Opera di Giovanni Muccitelli

 
Crono

Le origini di Messina sono intrinsecamente legate al mito di Crono, riconosciuto in seguito dai romani come Saturno. Paolo Orsi, nel corso degli scavi archeologici effettuati nel 1929 in prossimità della piccola penisola di San Raineri, all’interno della zona falcata, fu protagonista di un ritrovamento di un insieme di reperti vascolari grazie ai quali formulò l’ipotesi della presenza di un tempio, probabilmente in onore di Crono, collegato alla fondazione della città.

 

Un’antica leggenda ci narra di come Crono diede origine al porto della città che venne poi chiamata Zancle in nome della falce che il Titano era solito avere con sé. Il mito dice che Crono evirò con una piccola falce di selce il padre Urano così da poter prendere il suo posto nel mondo.

 

Subito dopo Crono, divorato dai sensi di colpa, lanciò in mare la falce, creando il porto di Messina. I monti peloritani (Saturnii) sono dedicati a Saturno, mentre la tomba di quest’ultimo, secondo un’altra leggenda, è nascosta all’interno dei Monte Scuderi. 

 
Orione

Orione era un gigante nato da Giove, Nettuno e Mercurio, i quali, per ricompensare un contadino meritevole, decisero di soddisfare il suo desiderio di avere un figlio senza doversi risposare. Fu così che le tre divinità orinarono sulle pelli di un toro precedentemente sacrificato in loro onore dall’umile contadino, dando vita, dopo aver seppellito per nove mesi le pelli, a Orione. 

 

Diodoro di Sicilia narra che durante la sua vita Orione progettò e coordinò i lavori per la costruzione di Zancle. Inoltre, secondo Esiodo, per frenare le continue ed imponenti onde che si infrangevano sulla costa, Orione trasportò un enorme accumulo di terra di fronte il porto di Messina. L’ammasso che creò, formò Capo Peloro, sul quale in seguito il gigante cacciatore eresse un tempio in onore di Nettuno. 

 
Scilla e Cariddi

Quella di Scilla e Cariddi è una leggenda riguardante l’ambiente marino, nata per dare spiegazione al difficile attraversamento dello Stretto di Messina. A Messina, infatti, viveva in uno scoglio una creatura mostruosa, di nome Cariddi, figlia di Gea e di Poseidone. Nella sua vita fu molto vorace, tanto che divorò gli animali di Gerione quando Eracle attraversò lo Stretto. Così Zeus la punì facendola precipitare in mare, ogni giorno ingurgitava acqua del mare inghiottendo qualunque cosa si trovasse lì in quel momento. 

Sulla sponda opposta viveva Scilla, una bellissima ninfa, della quale si innamorò Glauco. Egli, per vedersi ricambiato del suo amore si recò dalla maga Circe, la quale però si innamorò del giovane. Vedendosi rifiutata, Circe trasforma Scilla in un mostro con 12 gambe, 3 file di denti e persino con teste di cani sul bacino. Una volta diventata mostro, Scilla si nascose in una spelonca dello Stretto e quando i naviganti si avvicinavano a lei, con le sue bocche li divorava.

 
Colapesce
Opera di Renato Guttuso, Teatro Vittorio Emanuele, Messina

Raccontiamo la leggenda di Colapesce attraverso le parole della nostra Beatrice Vento, allieva del Teatro Stabile di Napoli. 

 

Quando al teatro stabile di Napoli portai ad uno stage di racconti di racconti il mito di Colapesce, mi sentì particolarmente agitata per la grandezza di ciò che stavo per far conoscere ai miei colleghi partenopei. Si scatenò in me un senso di responsabilità e un'emozione che io stessa non riuscivo a spiegarmi: stavo per recitare per la prima volta il mito della mia Terra, e si sa, non è facile far emozionare con le tradizioni degli altri un popolo così attaccato alle proprie come quello Napoletano.

Il racconto era questo:

 

La gente lo chiamava Colapisci,

perché stava sempre a mare, come un pesce, 

da dove veniva lui non sapeva nessuno che forse era figlio del dio Nettuno,

un giorno "Cola" il re fece chiamare e il ragazzo di corsa venne dal mare.

"O Cola, lu me regnu a scandagghiari supra chi pidamentu si po ppuggiari"

Colapesce corre e va 

"Vaiu e tornu Maistá"

Così si tuffa a mare Colapesce e sotto le onde subito sparisce, 

ma dopo poco questa novità al suo re Colapesce dá

"Maistá li terri vostri stannu supra a tri pilastri e lu fattu assai trimennu una già si sta rumpennu"

"O destinu miu infelici, chi svintura mi predici!"

Piange il re non sa che fare, solo lui lo può aiutare.

Sono passati tanti giorni e Colapesce non ritorna,

lo aspettano alla Marina il re e la regina.

Poi si sente la sua voce, dal mare in superficie

"Maistá sugnu ccá,Maistá sugnu ccá,

nto funnu di lu mari ca non pozzu chiu turnari, 

vui prigati la madonna ca rigissi sta culonna ca si no si spezzerà e la Sicilia sparirà"

Sono passati tanti anni e Colapesce è sempre là. 

"Maistá Maistá, Colapisci è sempri ddá!"

 

Quando conclusi il mio pezzo, la commozione dei miei compagni mi sorprese.

Anche loro erano stati rapiti dalla bellezza di un così semplice racconto. 

Anche loro,sebbene per poco, erano stati trasportati nel mare dello Stretto, tra Scilla e Cariddi, a nuotare tra pesci abissali,delfini e pesce spada.

Insieme alla felicità per essere riuscita nel mio intento, mi sentì per un attimo smarrita e pensai "Perché qui davanti a me non ci sono i miei amici, la mia famiglia o i miei vicini di casa? 

Perché sto facendo ciò che amo in una città che non è la mia? Sono degna di raccontare una storia in cui il protagonista persevera in ciò in cui crede sacrificando la sua vita pur di non far sprofondare il posto in cui è nato?" 

Se analizziamo bene la storia, la risposta è tra le righe.

E'  vero, Colapesce amava tanto la sua Terra, ma non si sentiva a suo agio standoci sopra,non poteva avere la libertà che desiderava perché le cose che riusciva a fare in mare non avrebbe potuto farle su di essa. 

Ma nel momento in cui la sua Terra ha avuto bisogno di lui, non ha esitato a mettere in atto ciò che meglio sapeva fare,per salvare le sue origini.

Perché probabilmente,il mare non sarebbe poi così bello senza la terra.