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La meraviglia del cigno.

1 Aprile 2017, Francesca Capillo
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Pedalavamo in silenzio.

Le strade erano vuote e di rado qualche macchina sfrecciava impaziente a pochi metri dalla nostra pedalata incerta. Per riflesso ci scansavamo, disegnando un otto sull’asfalto, instabili sulle ruote che ci portavano a casa.

E ridevamo.

E continuavamo sugli 8 km del ritorno verso casa che, a pensarci, sembrava così distante e credevamo che il vino rosso di dubbia qualità avrebbe abbandonato il nostro sangue e ci avrebbe fatto sentire freddo e ci avrebbe fatto percepire la stanchezza prima di aver legato la bici agli stalli sotto casa.

Ma poi ridevamo e parlavamo e pedalavamo insieme.

Poi c’erano dei momenti di silenzio. E io so che in quei momenti ognuno era lì, ma era anche altrove, a fantasticare, a sognare, a pensare e immaginare.

Io ero lì su quella bici con il parafango rotto, ero lì che schivavo le pozzanghere che costellavano la pista ciclabile, ero lì che suonavo il campanello in risposta a qualche altro che suonava per tenerci compagnia, tenerci svegli.

Ero lì con loro, ed ero dentro me stessa, con me stessa, che guardavo fuori, oltre la fila di bici che formavamo, oltre la salita che tra poco ci avrebbe affaticati. Pensavo alla fortuna di aver incontrato queste persone meravigliose che in un mese mi erano entrate dentro il cuore.

 

Pensavo che il giorno dopo avrei avuto lezione.

 

Pensavo che Amsterdam mi ha rapita e che i canali sembrano i sentieri della mente, li percorri e ti stupisci davanti ad una nuova scoperta, ad un angolo inesplorato che riconosci come l’angolo più bello e felice.

Dormirò solo quattro ore.

 

Pensavo che davanti a quello scorcio quando ti fai assalire da sentimenti contrastanti, tra gioia pura e rabbia per non averlo trovato prima per goderne più a lungo, è il sublime a regalarti tanto sconvolgimento.

Vedo due papere scomparire nel buio di un laghetto. Più avanti scorgo una figura bianca: un cigno candido si sistema le piume e avanza facendosi spazio tra le papere che, silenziose, galleggiano sull’acqua scura.

 

Mi ritorna in mente quel cigno quasi argentato su cui i miei occhi si sono fermati mentre il mio sguardo andava lontano, verso le luci rosse del distretto più rinomato di Amsterdam, perdendomi nel brusio, nelle risate. 

Le vie che circondavano il canale erano rosse di gioia, di amore, di birre e odori, e il cigno bianco elegante avanzava silenzioso. Sentivo l’adrenalina scorrere nelle vene e percepivo un desiderio travolgente di vivere. Sentivo che quella libertà che tutti associano ai piaceri legalizzati, per me era la libertà di pensare, di sentire, di dire e fare.

 

Che è il piacere sublime. 

Pensavo che questa per me, per noi, era la droga più potente.

Allora capivo che ero dipendente dalla semplice meraviglia che vedevo in quel cigno che elegante avanzava lungo il canale, imperturbabile, circondato dalle risate fragorose e gli occhi persi. Il frastuono intorno non scomponeva il suo procedere armonioso, come se fosse accompagnato da una musica di cui solo i cuori connessi alla bellezza delle piccole cose possono riempirsi.

E sembrava volare, pur rimanendo in contatto con l'acqua che era uno specchio e rifletteva la realtà. Vedo l’insegna della nostra residenza in lontananza, tra dieci minuti faremo a gara a chi trova il posto libero per la bici.

Adesso chiudo gli occhi, il profumo delle lenzuola non è quello dei miei diciotto anni trascorsi a Messina, non è quello dei miei tre anni e mezzo a Milano. Forse non è un profumo. 

Ma sono forse libera di immaginare qualsiasi profumo.