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Nemo propheta in patria

29 Ottobre 2016, Carmelo Zappalà
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“Nemo propheta in patria “: quante volte abbiamo sentito questa frase? Il suo riecheggiare richiama già il destino di Gesù Cristo, rifiutato dai Nazareni.
 

A ben vedere, però, questa frase conserva intatto il proprio significato nell’ambito di storie e destini diversi, durante l’intero corso della vita dell’uomo. Le modalità attraverso le quali si può venire rifiutati, proprio da quella che si avverte come “ casa”, sono svariate:  ci si può sentire rifiutati, ad esempio, solo perché la propria terra non ha niente da offrire per quello che riguarda le nostre aspettative e i nostri sogni.

 

Così si emigra, si va via. Andare via da casa non è mai semplice: lasciamo la nostra famiglia, i nostri amici, le nostre abitudini, i sapori e i profumi che conosciamo, e amiamo. 
 

Alcuni non si abituano mai, nemmeno dopo anni che sono partiti. Allo stesso tempo, però, la partenza rappresenta una fortuna e una grande occasione: l’occasione che la vita ci fornisce per cambiare.
 

La necessità di vedere riconosciuto il proprio talento, i frutti dei propri sacrifici, o di “sbarcare il lunario” è, spesso, il motore del cambiamento: quante persone che conosciamo, con cui siamo cresciuti, hanno lasciato Messina?

 

Realizzare di non riuscire nemmeno a contarle con esattezza può risultare davvero deprimente. Rendersi conto dell’attuale portata del fenomeno è il primo passo per comprendere come stanno le cose. La nostra terra, che ci costringe ad andare via, potrebbe essere etichettata come ingrata.

 

La colpa, se così possiamo chiamarla, sebbene sia, a mio parere, dei nostri predecessori, non può rappresentare l’unica scusa per non essere riusciti a combinare nulla nella propria città.

 

Se ci pensiamo, la storia dell’uomo è piana di migrazioni, e, “l’emigrare” va colto non soltanto come un sacrificio, ma anche come un’enorme opportunità. 
 

L’allontanamento da casa è oggetto di un’elaborazione complessa, ma illuminante: più stai fuori, più le nuove realtà che vivi ti aiutano a crescere, cambiare, a realizzarti, e, chi ne ha fortuna, può riuscire ad essere apprezzato anche più di quanto non lo fosse nella propria città.

 

Questo perché, nella propria realtà, nella propria “casa”, si resterà sempre il bambino divenuto ragazzo, e non si potrà mai evolvere. 
 

Vivere secondo gli stessi schemi di sempre, negli stessi luoghi, in compagnia delle stesse persone, percorrendo ogni giorno le stesse strade, conduce a invecchiare, senza però crescere mai. 
 

Lontano da casa, il “ragazzo” potrà un giorno essere apprezzato come professionista, come uomo, come risultato di ciò che è diventato grazie al suo percorso di vita. 
 

Forse, dovremmo iniziare a ringraziare i nostri predecessori, per averci, “costretto”, ad emigrare: così facendo, infatti la nostra scelta ha rappresentato un’occasione di crescita che ci ha permesso di cambiare al triplo della velocità, di metterci alla prova e di venire valorizzati per ciò che realmente siamo. 
 

Per questo, non sono d’accordo con quelli che, in balìa della nostalgia, non riescono a vivere fuori casa. 
 

Le radici sono importanti, è vero, ma è importante anche calarsi a pieno nel nuovo contesto in cui si vive. Solo così, ci si potrà integrare completamente. 
 

Personalmente, ho imparato ad apprezzare tutto ciò che ho guadagnato e ricevuto nella mia nuova vita e nella mia nuova casa, sentendomi adesso parte di questi luoghi, messinese, ma anche un po’ genovese. 
 

Sentirò sempre la mancanza di casa, ma sono andato via per un motivo, sia esso il non essere apprezzato, o la difficoltà di trovare lavoro o semplicemente la ricerca di una realtà all’altezza delle mie aspettative. 
 

Qualunque sia il motivo, sarà questo a consentirci di comprendere che la nostra è la scelta giusta.
Nessuno è profeta in casa propria, e se abbiamo trovato il nostro posto nel mondo, allora, forse, è anche meglio così.

Carmelo Zappalà