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Cronache di uno studente fuorisede: pensieri di chi vive con la propria città nel cuore.

10 Settembre 2016, Sergio Inferrera
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L’anno degli esami di maturità, dicono in tanti, si ricorderà a vita. È quello l’anno in cui prendi decisioni importanti, ti tiri fuori da un sistema scolastico che ti ha protetto a chioccia e che ti ha fatto crescere, cominci ad introdurti in un mondo in cui niente è dato per scontato e in cui devi imparare a muoverti solo.

 

Il primo step in quest’ottica, per tanti ma non per tutti, è rappresentato dall’università. Per questo, la scelta della facoltà (quella che ora è chiamata “scuola” in ambito accademico), del corso di laurea ed infine dell’università deve essere accurata e presa per tempo.

 

Per fortuna, io sono riuscito a trovarmi sin da subito con le idee chiare: emigrare.

 

A differenza di quello che ultimamente è pensiero comune tra gli studenti messinesi, che rivendicano tanto amor proprio nei confronti dell’università cittadina, la mia non è stata una scelta dettata dai ranking o dalla comune vulgata.

 

La mia è stata una decisione dettata dal guardarmi intorno, dall’andare oltre quel recinto che i confini territoriali ci impongono, dalla voglia di mettermi in gioco non solo come studente ma come persona.

 

E, infatti, il corso che frequento non esiste nemmeno all’UniMe. Tralasciando questo (doveroso) sproloquio, la sfida più importante in cui mi sono cimentato in questa nuova avventura è quella che riguarda la sfera personale dell’essere fuori sede.

 

Ricominciare, da zero, in un posto nuovo senza punti di riferimento non è facile, e chiunque possa avere avuto esperienze del genere sa che queste non sono solo frasi fatte. A questo contribuisce anche la commistione tra senso di responsabilità e la bellezza dell’indipendenza che si prova al primo anno di un’esperienza da fuori sede: trovare l’equilibrio tra questi estremi è molto difficile, e richiede tempo.

 

Dopo il primo farraginoso periodo, però, si cominciano a trovare i primi punti di riferimento in una nuova (grande) città, e solo allora cominci a goderti ogni tipo di esperienza che, magari, Messina non può offrirti: dal poterti muovere in totale libertà in bicicletta a godere del fermento culturale diverso rispetto a quello cui si è abituati; dal girare a piedi e fare una passeggiata nelle decine di parchi sparsi per il comune al godere dell’arte valorizzata adeguatamente sia dalla cittadinanza che dall’amministrazione; dal cercare volti noti tra la folla al godere della possibilità di conoscere sempre gente nuova, fino ad avere la possibilità di camminare in una città in cui i pregiudizi non la fanno da padrone.

 

È anche questo, ma non solo, essere fuori sede. È anche comprendere il pluralismo di idee e opinioni dovuto alle diverse esperienze che si hanno alle spalle. È condividere un pezzo di strada con chi viene da un percorso completamente diverso dal tuo, ma ha comunque qualcosa da donarti e da insegnarti.

 

È capire quanto è bella la tua terra, perché alla fine le cose riesci a comprenderle veramente se le guardi da lontano. È la bellezza di un abbraccio quando torni a casa e la lacrima che può scendere quando te ne vai. È essere innamorati della propria terra, ma provare a dargli un futuro migliore con competenze diverse da quelle che si possono acquisire in Sicilia.

 

Quello che si dovrebbe comprendere, però, è che né chi resta né chi scappa può migliorare la propria terra senza collaborare. Bisognerebbe abbandonare quella dominante retorica che vede chi va a costruirsi un futuro fuori dalla propria città quasi come rinnegato, esule.

 

Bisogna essere critici nei confronti della propria città, non intingersi di amor patrio solo in periodo elettorale o per acchiappare qualche “like” su Facebook. Solo così si potrà far in modo che questa terra diventi bellissima, parafrasando un personaggio caro a tutti i siciliani.

 

Ognuno, con la propria esperienza e con la propria storia, perché i muri divisori che si vanno ergendo creano solo inettitudine.

Sergio Inferrera