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Stay hungry

26 Novembre 2016, Ilaria Biancuzzo
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Ci sono dei momenti che ti cambiano la vita. 
 

Per me, settembre 2014 è stato uno di questi, un meraviglioso e struggente rito di passaggio. 
 

La laurea, e la partenza a pochissimi giorni di distanza, mi hanno lasciato un groviglio di emozioni che porto ancora addosso.
 

La mia riflessione non vuole essere nostalgica, ma vuole dare fiducia: fiducia nel fatto che può valere la pena di affrontare il dolore, la nostalgia, le ansie, i sacrifici, le amicizie che cambiano mentre si è lontani. 
 

Ma non c’è solo questo, c’è tanto, tantissimo, di più.
 

Sono partita pensando che avrei passato due anni a Forlì. 
 

Ci sono voluti mesi prima che mi sentissi a casa, ma, alla fine, è successo: le coinquiline, i colleghi, i professori, gli amici fuori sede con cui si salva a vicenda.
 

Se me lo avessero detto quando sono arrivata, che sarei andata via dopo soltanto un anno invece che due e che l’avrei fatto piangendo, probabilmente non ci avrei creduto. 
 

Un programma di doppio diploma mi ha cambiato la vita e ha fatto sì che l’estate finisse con un nuovo arrivederci che, stavolta, mi avrebbe portato in Francia. 
A Nancy ho imparato, allo stesso tempo, a vivere da sola e con me stessa (in nessuno dei due casi è stato troppo facile), ma anche lì ho sentito di avere una “casa” e una “famiglia”.

 

Tutto questo è stato temprato dalla tragedia del 13 Novembre, perché “casa” e “famiglia” sono sensazioni belle da ricevere almeno quanto lo sono da donare.
 

Poi è arrivato lo stage a Londra, un periodo grigio come il cielo della capitale inglese, ma forse, proprio per questo, ancora più formativo:
la tesi magistrale discussa su Skype, da sola, dalla scrivania del mio ufficio, la Brexit, traumatica, ma in linea con la mia impressione di essere fuori posto.

 

Da ultima, è arrivata Verona, dove mi trovo da meno di due mesi, ma in cui, lo posso dire, “Sto bene”. 
 

Sto bene, anche se la mia famiglia (amici inclusi) mi manca come fossi andata via ieri. 
Sto bene, anche se l’amore e il senso di appartenenza verso Messina e la Sicilia non fanno che crescere. 

 

Sto bene perché, ogni giorno, sono enormemente più ricca, culturalmente e umanamente.
 

La vita da fuori sede è piena di sfide e sacrifici, ma la forza che ne deriva è straordinaria: viaggiando si diventa parte del mondo, pare di un meccanismo spaventoso che fa sentire piccoli. 
 

Ci si sposta, si partecipa alla storia di altri Paesi, storia che, altrimenti, non ci toccherebbe così tanto. 
 

La nostra condizione di fuori sede, fa sorgere in noi una sensibilità e una fragilità che ci rendono più inclini all’ascolto, in tutte le sue forme. 
 

La vera sfida è accettarsi come sensibili, come fragili.
Ci sono voluti due anni a farmi scoprire di avere un istinto di cui mi posso fidare (più o meno), a farmi comprendere che, dentro di me, possono convivere contraddizioni e dubbi e che in questo non c’è niente di male. 

 

Non c’è niente di male ad essere felici lontano da casa, anche se fa paura e può far venire i sensi di colpa. 
 

Possono esserci milioni di modi per rendere giustizia alla nostra terra, anche da lontano: il vento è capace di trasportare un seme per migliaia di km, senza che la nuova pianta sia, per questo, meno profumata, o diversa da ciò che è destinata ad essere. Le nostre radici saranno sempre con noi, ovunque, non importa quanta strada faremo o dove ci porterà il vento. 
 

All’inizio avevo paura del fatto che, una volta partita, non sarei più tornata. 
 

Adesso, non so ancora cosa sarà di me e ho la stessa paura, forse anche più forte, ma ho scoperto che la responsabilità di portare con me il profumo della mia terra mi fa sentire meno lontana.

Ilaria Biancuzzo