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Ma picchì?

18 dicembre 2016, Paolo Pino
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Non laureatevi. È chiaro.

 

Basta che ci si fermi, per qualche breve istante, a contemplare una laurea: essa giace lì, avvolta da un drappo color porpora impreziosito da ricami barocchi, elegantemente accomodata su di un solenne scranno decorato da intarsi raffinati, sbuffando per aria ampie volute di fumo che si arricciano mentre si pasce del suo pregiato sigaro in foglie di tabacco essiccate sotto i soli della sessione estiva.

 

Ma, se le si strappassero di dosso tutti gli inestimabili ornamenti, il nobile trono, la regale spocchia e tutte quelle pompose ed altisonanti attribuzioni di cui essa ha la pretesa ostinata di arricchire la formazione di un individuo, non ne resterebbe che uno spaurito ed insipido formalismo nelle cui trame burocratiche si annida l’oggetto delle più recondite fobie moderne, la nemesi degli abitanti dell’Isola che non c’è, il nutrimento dei più rivoluzionari deliri dei poeti maledetti: l’annosa ed alienante ricerca del proprio posto nel mondo.

 

La laurea dovrebbe essere come la fisica secondo Feynman, ovvero come il sesso: potrebbe avere dei risvolti pratici, ma non è mica per questo che lo si fa. Però così non è.

 

E, come se il mondo già non cospirasse con ciascuna delle proprie fibre affinché le vite dei popoli siano dense di inquietudini, disordini e demoni sociali come il postmodernismo ed il caffè decaffeinato, accadrà in più che, qualora il frutto dell’accademica tribolazione dovesse nella fattispecie essere un laureato meridionale, allora sulla sua testa penderà spesso una tetra ed orrifica condanna, presagita sin dai più remoti tempi dell’infanzia ed ineluttabile come la coda al casello di Villafranca a Ferragosto: l’emigrazione.

 

Il più delle volte questa constatazione rappresenta il preambolo di un’apologia accorata delle proprie origini, o di una malinconica rappresentazione della miseria e della sventura che le connotano.

 

Ma il reale nocciolo della questione si cela dietro la tela di questo dipinto animato da pennellate nostalgiche. Se versare lacrime di sincera commozione è naturale, infiammare un dibattito apparentemente sopito è doveroso.

Come a dire: da qui si va via, sì, ma picchì?
Lì dove la povertà delle circostanze prospetta in modo lampante la carenza di possibilità, la reazione più immediata è quella di preservarsi cercandole altrove, pur comportando tale altrove un grosso sacrificio.

 

E così, quindi, si finisce per accogliere di fatto la mutilazione della possibilità, la possibilità a metà – o a tre quarti, o ad un quarto soltanto anche: ciascuno ne disponga a proprio buon cuore - l’impossibilità di contemplare un ventaglio di scelte virtuose. Il ché è certamente indotto dalla gravità del fenomeno e dall’urgenza che la generale precarietà dei tempi aggiunge a tale stato d’emergenza; ma ciò che più porta questa tendenza alle estreme conseguenze, convertendola in una spirale di esasperato depauperamento di capitale umano, è l’assenza di una soluzione praticabile: non definibile e dunque non definita, non concreta e dunque non concretizzabile.

 

Troppo distante nello spazio e nel tempo per essere afferrata e manipolata, per essere scorta nitidamente e disegnata con tratto sicuro, e per potervi rivolgere le stesse energie destinate alla propria realizzazione, difficile già di per sé.
 

Nelle immobilità della desertificazione industriale, tra le morse di un tasso di crescita dimezzato rispetto a quello del settentrione, sotto la minaccia di uno stato di sottosviluppo permanente, nelle ombre del malgoverno, quali forze - e con quali metodi - dovrebbero dissodare il terreno arido del Sud per predisporlo ad accogliere le sementi del progresso e dello slancio verso posizioni di nuovo avanguardistiche e competitive nella sfera delle attività umane e nel panorama mondiale?

 

E quelle che operano già, le odierne emanazioni economiche del territorio, coltivate o per vocazione o per colmare l’esclusione da un piano di crescita nazionale, sono comunque espresse al massimo del loro potenziale? Possono, dalle attuali criticità, emergere sintesi innovative che si costituiscano in grandi e robusti modelli di sviluppo?

 

O bisogna insistere nel cercare il principio di ripresa in politiche interventiste più efficaci? Esiste già ciò che realmente occorre? È dai canali convenzionali che bisogna attendere il balzo in avanti? Bisogna attendere? Può, questa, essere la crisi di cui Albert Einstein tesseva l’elogio, in quanto generatrice di nuove energie creatrici artefici della rinascita? Si può restituire una penna alla sofferenza dei poeti?
 

Dalle crepe che innervano le mura sopravvissute ai terremoti non fuoriescono che polvere e domande.

Ma picchì?
 

Ci si guardi bene dall’additare, d’istinto, questo o quel dettaglio, questo o quell’episodio, questo o quel tratto del temperamento locale. L’avventatezza nel trarre le conclusioni andrebbe rifuggita con lo stesso disprezzo che si riserva al peggiore degli incubi.

 

La superficialità con cui troppe volte si risolve l’analisi della questione rimanda pericolosamente la conquista di una verità più profonda. E quanto più la verità si allontana nel futuro, tanto più l’ignoranza si radica nel presente.
 

Ci si ritrova al cospetto di una questione talmente fitta di contingenze e di implicazioni politiche, sociali, culturali, economiche e antropologiche, presenti e passate, che la comprensione di un meccanismo tanto complesso non potrà che provenire da una cognizione e da una speculazione altrettanto articolate, elaborate, sconfinate.

 

Non già passionali, bensì computazionali. O spetterà, forse, ai posteri i quali vorranno districarsi tra i fatti del tempo per comprenderne l'eredità e la portata storiche, saziando il naturale anelito dei contemporanei verso l'interpretazione della propria epoca.

 

Eppure, i solchi che sono già stati segnati, e che vengono rimarcati tuttora, perseverano nell’opera dilaniatrice di una terra povera e imbevuta di piogge persistenti di cui lentamente si rinuncia ad indagare l’origine. Tutto questo, se da un lato soffoca ogni sforzo di controazione materiale, non deve per questo sfaldare l’ultimo dubbio inquisitore di chi, pur sconfitto, osserva e s’interroga, e non chiede che di soccombere con dignità.
 

Ciò che si distingue nitidamente in questa nebbia di spettri è soltanto un flebile e scandito ticchettio, il ticchettio di quell'orologio, perfido come l'indifferenza, fatale come una sentenza, che annuncia ad un ragazzo che è giunto il momento di imbracciare le valigie e di salutare i propri cari.

 

È stupefacente come una così fragile ed effimera sequenza di secondi possa assistere con tanta, inanimata serenità al consumarsi di un simile sconvolgimento emotivo senza per questo avvertire il bisogno d'arrestarsi, di riavvolgersi, di annullarsi.

 

Tanta amarezza risiede nella differenza profonda che separa due tipologie fondamentali di percezione della partenza: quella impaziente e trepidante del viaggiatore curioso e desideroso d'avventura, e quella, deforme e maledetta, dell'esiliato, ovvero di colui che sa di partire per non far più ritorno.

 

O che fa ritorno, sì, ma non allo stesso modo. Non compiutamente, bensì accompagnandosi di una presenza insistente: la provvisorietà, che contamina puntualmente la familiarità ritrovata e s'impossessa, subdola, di ogni momento, deprivandolo della serenità con il quale esso andrebbe vissuto.  

 

Nell’emigrante meridionale queste due percezioni coesistono fuse l’una nell’altra, si mescolano e si compenetrano e si contendono l’animo del giovane, si aggrovigliano attorno al cuore e disputano una battaglia disperata sul terreno malfermo dei suoi desideri.

 

Il problema più grave non è la lontananza da casa, ché questa è un’esperienza foriera di un eccezionale arricchimento per chiunque la intraprendesse, quanto la condanna a dover riformulare prematuramente la concezione stessa di casa.

Ma picchì?
 

Sembra, quasi, che ormai lo si dia per scontato. Come se fosse una sorte cui irrimediabilmente si dovrà andare incontro nella persecuzione della propria realizzazione.

 

Il dolore si ammutolisce ed assiste, annichilito dalla prassi, ad un moto perpetuo verso il baratro di oblio che si spalanca sotto i piedi di chi percorre il proprio cammino: oblio di una felicità integra, oblio della speranza, oblio della pasta al forno la domenica.

 

Un anestetico che sazia la fame di risposte con una generosa porzione di rassegnazione. È triste ed ingiusto. È triste come il fatto che il popolo del Sud sia stato indotto a credere che le opportunità non siano diritti, ma beni di consumo. È ingiusto che la scelta debba ricadere tra l’accorciamento delle distanze o l’accorciamento dei sogni.

Ma picchì?
 

In questo generale ottundimento di illusioni salvifiche e di visoni chiarificatrici, in questo calderone stracolmo di confusioni e di contrasti ribollenti, si sviluppano le condizioni ideali per l’attuazione, selvaggia come un primordiale istinto di sopravvivenza, di quel vibrante protocollo sovversivo cui ogni ventenne si attiene rigorosamente in virtù della definizione stessa di ventenne, della ventenne, testarda, ostinata testa di minchia.

 

Esso prescrive la rivolta, inneggia al sabotaggio, proclama lo stravolgimento, sospinge il cambiamento, brama la ribellione e culmina sancendo, pulsante, la speranza. Speranza di tramutare la partenza in ritorno, speranza di trovare il  riscatto, speranza di determinare un nuovo, rigoglioso andamento delle cose.

 

Speranza e volontà di ricostruire la bellezza e la grandezza originaria dei propri luoghi, di rifondarvi il centro delle proprie vite. Di riportare queste regioni tra gli allori delle terre di serie A, ovvero delle terre in cui l’Amore prevale sull’Abbandono, e l’Ambizione non preclude l’Arancino.

 

È una speranza che si nutre della stessa, voluttuosa follia che ne rappresenta, al contempo, il fascino inesauribile, com’è d’altronde accaduto per tutte le grandi idee ed i grandi eventi del passato. Fatti legati tutti da un comune denominatore al quale prende parte, al fianco della follia, l’elemento puramente umano: sta tutto lì.

 

È negli uomini che risiede il motore primo, la congiuntura favorevole. È lì che risiedono l’ardimento ed il coraggio. È sempre stato così: tutte le conquiste, tutto il progresso, non sono che un frutto delle menti degli uomini, delle loro teste. Delle teste di minchia.

 

Paolo Pino