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Zona Falcata 
(fig. 2)

Così come i primi greci, i pellegrini medioevali, o i mercanti del ‘500 dovevano passare per la Falce per entrare in città, anche il nostro lettore sarà introdotto a Messina passando dalla ‘zona falcata.'

 

La falce, o zona falcata, è una piccola penisola a forma di falce che si estende sulla costa orientale della Sicilia in prossimità dello stretto di Messina, creando un porto naturale (fig.1). Secondo un antico mito, essa non sarebbe altro che la falce con cui Crono evirò Urano. Il porto naturale è l’elemento che ha caratterizzato Messina dagli inizi della sua storia. I greci vi crearono una colonia proprio perché interessati al porto naturale, e a lungo il porto è rimasto al centro dell’economia e dell’identità cittadina.

 

Il nome della città in epoca pre-greca era infatti Zancle (falce), e solo intorno al V secolo a.C. la città fu rinominata Messana. Ad ogni modo il rapporto della città con questa lingua di terra è stato ed è tuttora complicato. Se da un lato la falce è il simbolo di Messina per i motivi già accennati; dall’altro essa è percepita come altro, come non-città.

 

Dal momento in cui Messina fu fortificata, la falce fu sempre zona ‘extra moenia’ (fuori dalle mura). In quanto porto essa era (e rimane) zona di passaggio. A lungo essa fu usata come zona di quarantena per lebbrosi, o per i marinai che volevano entrare in città. Nel XV secolo un’imponente forte a stella fu costruito nel punto in cui la penisola falciforme incontra la Sicilia, isolandola dunque del tutto (fig.2). Dallo stesso forte la città fu bombardata sotto Ferdinando II di Borbone nel XIX secolo. Forti militari e cantieri navali occupano la zona ancora oggi. E’ questo essere territorio “non-civile” che la rende forse estranea.

 

Sulla zona falcata sorge un magnifico edificio militare del XV secolo progettato da Giovannangelo Montorsoli, la Lanterna di S. Raneri (fig.3). Si tratta di un faro fortificato, che aveva la duplice funzione di segnalare la terra ferma ai navigatori e di avvistare il nemico invasore. Il nome deriva da San Raneri o Ranieri, che secondo la leggenda si ritirò da eremita sulla falce e con la sua lanterna segnalava la terra ferma ai marinai durante le notti di tempesta.

 

Il monumento più identificativo della zona falcata, e di tutta Messina, è tuttavia la statua votiva della Madonna della Lettera (fig.4). Essa fu realizzata negli anni 20 su commissione dell’arcivescovo monsignore Angelo Paino.

La Madonna della Lettera è la patrona di Messina. Secondo la storia, S. Paolo, recatosi a Messina per divulgare il Vangelo, trovò la popolazione pronta alla conversione. Recatosi nuovamente in Palestina, S. Paolo fu seguito da un gruppo di fedeli Messinesi che volevano incontrare la Vergine per chiedere la sua protezione. La Madonna rispose con una lettera in cui benediceva Messina e i suoi abitanti.

 

(L’iscrizione sul forte alla base della statua, ‘Vos et Ipsam Civitatem Benedicimus,’ è la traduzione in latino di una parte della lettera, originariamente in ebraico, ‘Benediciamo Voi e la Vostra Città.’) (fig.5)

 

(fig. 1)
(fig. 3)
(fig. 4)
(fig. 5)
 
Duomo e Campanile

Il duomo di Messina sorge su un sito fondato nel VI secolo d.C. L’originale chiesa fu trasformata in moschea in periodo arabo e riconsacrata solo nel XII secolo. L’edificio che possiamo ammirare oggi è tuttavia in gran parte risalente al 1947.

 

Terremoti e bombardamenti hanno risparmiato soltanto la facciata. Questa è un eclettico esempio delle evoluzioni culturali della città. Le cornici marmoree dei tre portali, di gusto vagamente gotico, risalgono al XV secolo. Nella lunetta del portale centrale, la Vergine in marmo risale al XVI secolo, mentre il pannello dipinto è ottocentesco. La cuspide, invece, che raffigura l’incoronazione di Maria, è del 1268.

Il campanile fu inaugurato nel 1933. L’orologio astronomico al suo interno è uno dei più complessi al mondo, fu realizzato dalla ditta Ungerer (di Strasburgo) su commissione dell’arcivescovo di Messina monsignore Angelo Paino. Sulla facciata sud (quella rivolta verso la cattedrale) possiamo osservare (dal basso verso l’alto) il calendario perpetuo, il sistema solare e le fasi dello zodiaco, e il calendario lunare.

- i giorni della settimana, rappresentati ognuno da una divinità pagana alla guida di un carro trainato da animali dal significato allegorico; 

- il carosello dell’età, con quattro figure (ognuna delle quali è associata a una fase della vita) che sfilano davanti      all’angelo della morte; 

- il mito dell’edificazione del santuario di Montalto (vedi capitolo I.IV); 

- quattro scene bibliche (Natività, Epifania, Pasqua e Pentecoste) che si alternano a seconda del calendario liturgico;

- la Madonna della Lettera, patrona di Messina. Davanti a lei sfilano un angelo (che le consegna la lettera) e sei  ambasciatori, ognuno dei quali si inchina di fronte alla Vergine e riceve un gesto di benedizione. Il gesto di    benedizione è poi ripetuto una settima volta, rivolto alla città tutta.

- Dina e Clarenza. Il mito le descrive come due donne messinesi che salvarono la città durante i vespri siciliani.  Secondo la storia, le due, di guardia durante la notte, suonarono le campane del duomo svegliando la  popolazione, che accorse a respingere il nemico;

- il gallo, simbolo del risveglio;

- il leone, simbolo della città di Messina.

 

 

Chiesa dei Catalani

La Chiesa della Santissima Annunziata dei Catalani risale al XII secolo d.C. (periodo normanno). Come testimoniano alcune fonti storiche, in periodo aragonese essa “servì da Cappella Reale ai Re di Sicilia.” La cappella beneficiava dunque di cospicue rendite, provenienti si dalla corona che da numerosi dignitari. Tali rendite erano impiegate per la sua decorazione.

 

Alla fine del XV secolo, in periodo spagnolo, a causa di carenze economiche, la chiesa divenne sede della confraternita dei mercanti catalani, da cui prese il nome. All’inizio del XVI secolo, invece, fu donata da Ferdinando d’Aragona al Senato di Messina. 

Solo la parte absidale della chiesa (quella rivolta verso via Garibaldi) appare nella sua forma originale.

La facciata è novecentesca. Dopo il terremoto del 1908, infatti, il piano regolatore impose l’allargamento dell’attuale via Cesare Battisti e la chiesa fu troncata. Anche l’interramento dell’edificio è una conseguenza del terremoto.

 

La Chiesa dei Catalani si trova al livello a cui si trovava tutta la città di Messina prima del 1908. Dopo il terremoto, le macerie furono spianate causando l’innalzamento di circa tre metri del piano stradale.

 

Resurrezione di San Lazzaro

 

L'opera è esposta al Museo Regionale di Messina)

L’opera è stata realizzata da Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, tra il 1608 e il 1609 su commissione del mercante Giovanni Battista de’Lazzari, come pala d’altare per la chiesa dei Padri Crociferi (andata distrutta nel terremoto del 1783). Caravaggio, infatti, visse per un breve periodo a Messina, prima di tornare in Italia dopo essere fuggito da Malta.

La Resurrezione di San Lazzaro è la quintessenza della produzione artistica di Caravaggio. Con ciò non intendiamo dire che il quadro sia il migliore o il più caratteristico tra le opere dell’artista, ma che esso ha tutte le caratteristiche delle sue opere.

 

Prima di tutto la tela è divisa in due parti orizzontalmente. La parte superiore è “vuota,” mentre nell’altra si concentra tutta l’azione. Tale organizzazione dello spazio pittorico è frequente tra le opere del Merisi. Più che lo spazio vuoto, tuttavia sono quella oscurità, quell’alone di mistero, quell’atmosfera occulta, quell’ambiguità generale che fanno pensare immediatamente al Caravaggio.

 

Dividendo la tela a metà verticalmente è possibile individuare due gruppi pittorici. Uno, quello a sinistra, ha per protagonista il Cristo.

 

Tutti i personaggi a sinistra della tela guardano il Cristo. L’altro gruppo ha per protagonista Lazzaro. I due gruppi, completamente indipendenti, sono uniti solo dalle gambe di Lazzaro. L’ambiguità dell’opera tuttavia non sta in questo.

 

Quel che è ambiguo è il momento scelto dall’artista. 

 

Prima di soffermarci sulla Resurrezione di San Lazzaro, ricordiamo che, come suggeriscono Leo Bersani e Ulysse Dutoit, tutta l’opera di Caravaggio ha un’aria di mistero suggerita, appunto, dall’ambiguità degli sguardi, dei gesti, dei momenti ritratti.

 

Non parliamo solo di ambiguità sessuale, come nel caso del Bacchino Malato, o del Giovane con Canestro di Frutta, che sembrano sedurre lo spettatore pur ritraendosi da esso. Parliamo di ambiguità nel senso anche di incomprensione o di sospensione del momento, come nel caso della Chiamata di san Matteo. In quel caso abbiamo prima di tutto l’ambiguità dell’incomprensione.

 

Il gesto di chiamata di Cristo, il dito puntato, è un gesto che viene ripetuto da Matteo per chiedere una conferma, un chiarimento. Abbiamo poi l’ambiguità del momento. Nella Chiamata di San Matteo è dipinto un Matteo sospeso tra due condizioni. Nel momento ritratto egli non è più l’esattore delle tasse, ma non è ancora l’apostolo fedele. Egli è colto esattamente nel momento di transizione, nel momento della conversione. 

Lo stesso avviene nella tela messinese. Il gesto di chiamata è lo stesso. Gli sguardi che si levano al Cristo hanno le stesse espressioni. Gesù è come un intruso, e non tutti sollevano il capo ad accoglierlo. Ma soprattutto Lazzaro è colto nello stessa ambigua transizione. Egli non è né vivo, né morto. E’ dipinto in quell’esatto momento in cui la vita ripercuote le sue membra. Il braccio destro contrae già i muscoli e si irrigidisce levandosi in aria catturando la luce del Salvatore. Il braccio sinistro, invece, è ancora inerme, cade verso il basso, verso un teschio, verso la terra, verso la morte.

 

Herworth Rottgen, poi, si concentra sulla posa di San Lazzaro e suggerisce una similitudine con la crocifissione. Per Rottgen Lazzaro diventa non solo un presagio della crocifissione di Cristo, ma la rappresentazione, in un solo quadro, sia della crocifissione che della resurrezione. Ed egli rinforza la sua tesi facendo notare la croce descritta dall’asse che unisce il braccio proteso di Cristo e la testa di una delle donne, e dall’asse che invece unisce la mano destra di Lazzaro con la gamba dell’uomo che lo regge. Tale interpretazione sarebbe poi rafforzata dal teschio già menzionato, che sarebbe un riferimento al teschio di Adamo, sepolto secondo la mitologia sotto il monte Calvario.

Più che essere confinati al contesto messinese, la Resurrezione di San Lazzaro e tutta l’opera di Caravaggio artisticamente e storicamente sono da ricollegare ad un contesto europeo. Innanzitutto sono un prodotto della controriforma cattolica. Con il suo realismo quasi crudo, Caravaggio non solo tenta di rappresentare in maniera verosimile gli eventi del Vangelo. Egli si schiera tra coloro che chiedono una Chiesa più vera, più misericordiosa, e più vicina al popolo.  Dal punto di vista artistico, invece, le opere di Caravaggio sono tra i più chiari esempi di quell’arte che non è più soltanto pittura, ma riesce a evocare e narrazione, e diventa quasi letteratura (come Clement Greenberg lamenterà negli anni ’30).

 

Polittico di San Gregorio

 

Il Polittico di San Gregorio fu commissionato ad Antonello da Messina nel 1473 dalla Madre Badessa del convento di Santa Maria Extra Moenia (il cui stemma patrizio è ben visibile in basso a sinistra). All’inizio del ‘500, il convento fu abbattuto per la costruzione delle fortificazioni della città, ordinate da Carlo V. Fu probabilmente in quell’occasione che l’opera fu dismembrata. Il polittico torna insieme soltanto alla fine del XIX secolo, con l’eccezione del pannello superiore centrale (raffigurante forse una pietà).

Le richieste della committenza erano chiare: una Vergine del Rosario in trono con bambino al centro; San Gregorio Magno alla sua destra; San Benedetto alla sua; il tutto su uno sfondo dorato. Lo sfondo dorato è sicuramente un elemento assai arcaizzante. Esso è proprio più delle opere del basso medioevo, e cade in disuso già all’inizi del ‘Quattrocento.

 

Una tale richiesta può denotare o tendenze conservatrici nel gusto dell’altro clero cittadino, o il desiderio di imitare le icone orientali. Ad ogni modo, la soluzione tecnica adottata da Antonello è rivoluzionaria. Uno sfondo dorato avrebbe rischiato di appiattire la rappresentazione. Antonello, invece, lo utilizza come un arazzo o una parete relegata in terzo piano. Lo colloca nello spazio con l’inserimento di un muro in pietra e di un pavimento che recede in profondità. E tale recessione è evidenziata dalle ombre dei personaggi. In primo piano, poi, il pavimento è troncato, e dagli spigoli della pietra sporgono i piedi dei due santi e la base marmorea del trono.

 

Da quest’ultima, ancora, pende in bilico un rosario. Ognuno di questi elementi proietta sulla sullo scalino di pietra un’ombra che suggerisce tridimensionalità. Nei pannelli in alto, ritroviamo un muro della stessa pietra grigia a dare uniformità all’opera. Oltre che dal gioco di luci ed ombre, e dalla rotondità dei personaggi, la plasticità delle scene è evidenziata da un libro che sporge alla destra del pannello della Vergine. 

 

L'opera è esposta al Museo Regionale di Messina)

In uno spazio tanto be definito sono collocati i personaggi. La Madonna in centro, con la mano protesa nel vuoto, sembra ancora una volta voler evadere la bidimensionalità della rappresentazione. Il linguaggio del corpo suggerisce un intimo dialogo col Gesù Bambino, interrotto dallo spettatore.

Tutta l’opera è ricca di simboli. Le rose bianche e rosse della corona della Vergine simboleggiano e il candore virginale, e –premonizione certa- il sangue della passione. Lo stesso presagio è ripetuto dal rosso delle ciliegie, che la Madonna offre al Cristo. Il corallo al collo di Gesù invece è un elemento comune nelle opere italiane del ‘Quattrocento (es. Piero della Francesca) ed è considerato un portafortuna, un amuleto che allontana gli influssi maligni.

 

San Benedetto (alla destra dello spettatore) era il protettore dell’ordine delle monache che originariamente occupavano il convento di Santa Maria. San Gregorio Magno (a sinistra) invece è riconoscibile sia dalla mitra papale (il bastone che tiene in mano), che dal triregno (tipico copricapo papale).

Lo stile è il tipico di Antonello da Messina. Elementi formali e stilistici tipici della pittura italiana sono sapientemente integrati con influssi fiamminghi. La gestione dello spazio, l’orchestrazione delle figure, gli studi prospettici e le ombre che rimarcano tale recessione dello spazio sono tipici della pittura italiana. Ma le figure, l’espressività dei loro volti, la morbidezza della loro pelle, la ricchezza e la varietà dei tessuti che li vestono, sono trattati con la tecnicità della pittura nordeuropea. Gli stessi angeli, tanto minuti, e tanto ricorrenti nelle opere del pittore, sono tipici più della tradizione fiamminga che di quella italiana.

La cornice lignea che teneva insieme i pannelli fu probabilmente persa agli inizi del XVI secolo, quando si pensa il politico sia stato originariamente separato. Come abbiamo accennato prima, l’opera fu riassemblata soltanto nell’Ottocento, quando fu anche sottoposta ad un primo restauro. Ulteriormente danneggiato dal terremoto del 1908, il polittico fu poi soggetto ad una serie di restauri tra gli anni ’40 e ’80 del ‘Novecento che lo hanno prodotto nelle condizioni in cui possiamo osservarlo oggi. 

 
Palazzo Zodiaco 

Dopo il terremoto del 1908 Messina fu completamente riprogettata. Il nuovo piano regolatore dell’ingegnere Luigi Borzì prevedeva strade larghe e perpendicolari, ed edifici che non avrebbero dovuto superare i due piani di altezza. La città fu progettata con l’ideale di una città giardino. Numerosi erano gli spazi verdi e le aiuole che –se ben curate- avrebbero dovuto abbellire Messina.

 

Questo spiega la presenza delle aiuole alberate negli spartitraffico di via Garibaldi, delle ampie ville cittadine, delle numerose aiuole che sopravvivono oggi al principio di viale della Libertà o lungo la via Tommaso Cannizzaro. Anche per quanto riguarda l’edilizia privata vi fu una sorta di fermento idealistico. I primi palazzi commissionati da privati furono costruiti secondo norme antisismiche. Erano edifici moderni ed ambiziosi. 

In piazza Duomo, a sinistra della cattedrale, sorge palazzo Arena, o palazzo dello zodiaco. Esso fu edificato tra il 1916 e il 1920, e la decorazione delle facciate fu affidata all’architetto toscano Gino Coppedè (su alcune ringhiere si vede bene un’aquila, simbolo e firma dell’architetto). Sebbene la struttura portante sia in cemento armato, la facciata è stata ideata in modo tale da sembrare pietra (un restauro poco attento ha fatto in modo che si perdesse l’effetto originale).

 

I graffiti a tempera, invece, incentrati sul tema dello zodiaco, danno il nome al palazzo. L’edificio originariamente si ergeva su un piano solamente, ed era decorato con tettoie in stile quattrocentesco con tegole fiorentine. Una prima sopraelevazione nel 1953 e una seconda nel 1982 hanno alterato le proporzioni e lo stile del palazzo. Gino Coppedè fu molto attivo a Messina fino agli anni 30. Progettò, oltre a palazzo Arena, palazzo Loteta, palazzo Api (in via Garibaldi), palazzo Magaudda e palazzetto Coppedè (sempre su via Garibaldi, a destra e a sinistra della Chiesa dei Catalani), e palazzo Trini (tra via Santa Cecilia e via Risorgimento). 

 

Palazzo Calapaj d’Alcontres

A destra del duomo, in via S. Giacomo, in rosa, con le persiane verdi e le cornici delle finestre in pietra bianca, sorge palazzo Calapaj d’Alcontres. E’ l’unico palazzo signorile di Messina sopravvissuto al terremoto. Risale infatti alla seconda metà del ‘Settecento. Avvicinandosi al cancello d’ingresso per guardare il cortile interno, si riescono a vedere le scale che portano ai piani superiori con le loro vetrate.

 

Si nota subito che si tratta di un palazzo di un’altra epoca, con caratteristiche diverse, che sembra c’entrare poco con Messina. Le vetrate delle scale sembrano ricordare quelle del palazzo ducale di Ortigia. Le scale a quel modo, incorniciate da un grande arco di pietra, sembrano ricordare i palazzi signorili romani. Il palazzo tutto sembrerebbe un edificio degno più di Palermo che di Messina.

 

 

Un palazzo del genere testimonia non solo quanto potenti certe famiglie messinesi furono in passato, ma anche quanto florida fu la città di Messina. Di fronte a una costruzione così imponente non si può non pensare ai redditizi traffici mercantili, al commercio della seta, al Senato cittadino, che gestiva ricchezze inimmaginabili, al clero della città, ai tesori dei nobili e delle chiese (visitate il tesoro del Duomo per avere un’idea). E’ un edificio unico in tutta la città.

 

Piazza Antonello

Dopo il terremoto fu necessario ricostruire anche gli edifici per l’amministrazione pubblica. Oltre l’università e palazzo Piacentini, sede del tribunale (entrambi in via Tommaso Cannizzaro, l’uno di fronte all’altro), il palazzo del Comune, quello della Provincia e quello originariamente destinato alle Poste furono tutti collocati in piazza Antonello. 

Piazza Antonello altro non è che uno slargo di corso Cavour, quella che oggi chiameremmo quasi una rotonda. A formare il suo perimetro circolare ci sono quattro edifici particolarissimi. Tre, quelli per l’amministrazione pubblica, furono costruiti tra il 1914 e il 1926. L’ultimo, la galleria Vittorio Emanuele III, invece, fu ultimata solo nel 1929. 

La galleria vittorio Emanuele III fu progettata dall’architetto Cammillo Puglisi Allegra. Fu finanziata dalla Società Elettrica della Sicilia, ma fu da subito pensata come un complesso residenziale per privati. Si articola su tre corridoi principali che convergono al centro. All’interno è decorata con mosaici sui pavimenti, mentre le volte a botte sono provviste di lucernai in vetro colorato. 

Architettonicamente la galleria è un magnifico esempio di eclettismo. L’arco centrale è in stile rinascimentale, così come tutti gli archi del portico. Salendo con lo sguardo, invece, tra le finestre del primo e del secondo piano si possono notare delle cornici dal gusto barocco. Il tutto è tenuto armonicamente insieme da decorazioni e da un assetto inconfondibilmente liberty.  

 

Il palazzo della Provincia (1915-1918), noto anche come palazzo dei leoni (notare i due leoni di marmo rosso all’ingresso di corso Cavour), fu progettato da Alessandro Giunta. E’ in stile eclettico con numerosi richiami neoclassici, come le colonne, o le finestre in stile rinascimentale. Quando parliamo di eclettismo, intendiamo quella tendenza a mettere insieme stili –stili architettonici in questo caso- di periodi diversi. Come abbiamo visto tale tendenza all’eclettismo è presente in quasi tutti i palazzi degli anni ’20 e ’30 a Messina. Coppedè, Puglisi Allegra e Basile sono tra i più abili a coniugare elementi medioevali, con decorazioni rinascimentali e fioriture liberty. 

Il Palazzo delle Poste e del Telegrafo, oggi sede di uffici dell’Università di Messina, disegnato dall’architetto Vittorio Mariani, fu il primo tra i palazzi di piazza Antonello ad essere edificato. Ancora una volta, lo stile è eclettico, ed è quasi un gioco identificare sui prospetti esterni elementi architettonici di periodi diversi. Solo avvicinandosi, però, si può ammirare la ricchezza di certi dettagli. Sotto il portico che dà su piazza Antonello, invitiamo ad ammirare le elaborate decorazioni in ferro battuto delle porte, ma soprattutto gli stucchi decorati. Putti e amorini giocano e si contorcono.

 

Tra le mani di alcuni si possono scorgere i telefoni dell’epoca o qualche telegrafo, mentre altri incorniciano delle scene –sempre in stucco- allegoria del progresso tecnico e scientifico. Uno degli elementi più caratteristici del palazzo è tuttavia il chiostro interno con il suo giardino. Purtroppo non è sempre facile accedere.

Palazzo Zanca, infine, prende il nome dal suo architetto, Antonio Zanca, ed è oggi sede del Comune di Messina. Fu realizzato tra il 1914 e il 1926 e si estende su una superficie di oltre 12'000 metri quadrati. Il palazzo è ricercatissimo nei dettagli. Il prospetto è diverso su ogni lato, ed ogni finestra ha una cornice decorata in maniera diversa. Tutte le decorazioni si rifanno alla storia e alla tradizione mercantile della città, ma sono molto numerosi anche i riferimenti al mito. Sulla facciata che dà su via S. Camillo vi sono due bassorilievi in marmo raffiguranti Dina e Clarenza (le eroine dei vespri siciliani di cui abbiamo già parlato).

 

Mentre sul frontone (la parte triangolare) della facciata che dà su piazza Unione Europea sono rappresentate Scilla e Cariddi e, al centro, la Regina del Peloro. E’ interessante sapere che proprio questa facciata è stata disegnata per ricordare la facciata del palazzo del Municipio precedente al terremoto del 1908. Questo era incorporato alla Palazzata, era stato disegnato da Giacomo Minutoli, e si trovava nella zona in cui sorge l’attuale Palazzo del Governo, sede della Prefettura, di fronte alla fontana del Nettuno.

 

Palazzo del Catasto 

IIII.IV

Gran parte della città fu ricostruita solo in periodo fascista. Di fronte a palazzo Zanca, su via Garibaldi, sorge l’ex palazzo littorio, oggi sede del Catasto. E’ stato edificato tra il 1938 e il 1940 su progetto di Giuseppe Samonà. Il palazzo è in stile razionalista, con forme semplici e regolari. Le facciate sono rivestite in travertino bianco, e sul lato di via Garibaldi è possibile ammirare un fregio di marmo scolpito, allegoria del lavoro, dello scultore messinese Antonio Bonfiglio. 

Questo palazzo è stato progettato insieme al palazzo dell’INAIL (nello stesso stile e collocato alla sua sinistra, per chi guarda da piazza Unione Europea). Entrambi i palazzi fanno parte di un progetto più ampio: la costruzione di una moderna Palazzata. La Palazzata era un’ininterrotta serie di edifici, stilisticamente armonizzati, che partiva dall’attuale dogana. Originariamente faceva parte delle fortificazioni della città. Nel XVI incorporava anche il palazzo reale.

 

La Palazzata fu ripetutamente distrutta e ricostruita. La più recente, prima del terremoto del 1908, era degli inizi del XIX secolo ed era stata progettata da Giacomo Minutoli. Si trattava di un edificio monumentale, con oltre 30 porte che collegavano il porto alla città. Come abbiamo già accennato, essa incorporava il palazzo del Municipio, ma era sede anche di abitazioni private. In un appartamento di proprietà di un mercante inglese, aveva la sua sede il Circolo della Borsa, uno dei circoli più antichi della città che ancora sopravvive. Come molti altri edifici, anche la Palazzata fu severamente danneggiata dal terremoto del 1908. L’ingegnere Borzì, responsabile del nuovo piano regolatore, fece abbattere le parti sopravvissute al sisma, con la motivazione di irreparabili danni strutturali.

 

Nella coscienza della città, però, il mito, l’ideale la Palazzata rimasero vivi. Ed è per questa ragione che alla fine degli anni ’40 furono progettati una serie di edifici, in uno stile più o meno simile, che sarebbero dovuti diventare la moderna Palazzata. Ci riferiamo agli edifici che vanno dalla dogana, all’incrocio tra via Garibaldi e viale Boccetta, e includono, oltre al palazzo del Catasto e l’INAIL, anche il Jolly Hotel, il Banco di Sicilia (oggi Unicredit), e numerosi edifici residenziali. 

 

Se da un lato la Palazzata è (o meglio era) il simbolo di un orgoglioso passato, carico di storia; dall’altro c’è chi ha sostenuto che la Palazzata ha a lungo separato la città dal mare. E come abbiamo detto all’inizio, il mare è ciò che ha costituito la nascita e lo sviluppo di Messina. Isolare la città dal mare avrebbe significato dunque farla decadere lentamente. Per alcuni, è solo con la riappropriazione della propria identità marittima e commerciale che Messina potrebbe ritrovare il benessere dei secoli passati.